INAPPLICABILITA’ DEL REGOLAMENTO EDILIZIO TIPO SE IL COMUNE NON SI ADEGUA di Niccolò Millefiori

L’INAPPLICABILITÀ DIRETTA DEL R.E.T. (REGOLAMENTO EDILIZIO TIPO) IN RELAZIONE ALLE PREVISIONI DIMENSIONALI DEGLI STRUMENTI URBANISTICI COMUNALI

-Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 15 febbraio 2021, n. 1339-

Con la sentenza in commento, la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha escluso la efficacia diretta del Regolamento Edilizio Tipo (R.e.t.) rispetto a previsioni dimensionali degli strumenti urbanistici comunali nella ipotesi di inerzia degli Enti locali a recepire le relative definizioni uniformi nel termine imposto dalla disciplina regionale.

Il quadro normativo di riferimento

Prima di procedere all’analisi del caso di specie, appare opportuno illustrare brevemente le intersezioni tra i diversi livelli di governo per ciò che concerne il Regolamento Edilizio Tipo.

In primo luogo rileva l’intesa sottoscritta in sede di Conferenza Unificata in data 20 ottobre 2016 tra il Governo, le Regioni e i Comuni avente ad oggetto l’approvazione dello schema di R.e.t. e i relativi due allegati (“Definizioni uniformi” e “Raccolta delle disposizioni sovraordinate in materia edilizia”) ai sensi dell’art. 4, comma 1-sexies, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, quale introdotto dall’art. 17-bis, D.L. 12 settembre 2014, n. 133.

Nello specifico, l’articolo 2 di detta intesa prevedeva che le Regioni recepissero entro 180 giorni lo schema di r.e.t. unitamente alle definizioni uniformi, stabilendo i metodi, le procedure e i tempi (comunque non superiori a 180 giorni) per l’adeguamento comunale (co. 1); decorso tale ultimo termine, le definizioni uniformi e le disposizioni sovraordinate in materia edilizia avrebbero trovato diretta applicazione prevalendo sulle disposizioni comunali con esse incompatibili (co. 3). Peraltro, ai sensi del successivo comma 4 il recepimento delle definizioni uniformi non comporta la modifica delle previsioni dimensionali degli strumenti urbanistici vigenti, che continuano ad essere regolate dal piano comunale vigente.

Nel caso di specie, in particolare, la Regione Puglia aveva provveduto a recepire nei termini appena illustrati l’intesa mediante la Deliberazione di Giunta Regionale 11 aprile 2017, n. 554, poi sostituita dalla Deliberazione di Giunta Regionale 21 dicembre 2017, n. 2250, mentre, il Comune di Corato (Bari) era rimasto inadempiente.

Il caso di specie

Nella specifica vicenda sottoposta all’esame della Quarta Sezione, la società appellata aveva presentato al Comune di Corato una s.c.i.a. alternativa a permesso di costruire per la demolizione e la successiva ricostruzione con bonus volumetrico di un fabbricato residenziale.

Il competente ufficio comunale, tuttavia, rilevava un errore nel computo della cubatura poiché effettuato sulla scorta della definizione espressa dal R.e.t. regionale, che, contrariamente al regolamento locale, esclude rilevanza volumetrica alle superfici accessorie. Conseguentemente, il Comune si determinava ad annullare in autotutela il titolo abilitativo mediante il provvedimento poi ritualmente impugnato dalla società.

Nell’ambito del giudizio di primo grado, il T.A.R. Puglia – sede di Bari con la sentenza 21 gennaio 2020, n. 58 accoglieva il ricorso sul richiamo del punto n. 4 della Deliberazione di Giunta Regionale n. 2250 del 2017, con il quale, in recepimento dell’art. 2, co. 4 dell’intesa,  era stato disposto che “le definizioni uniformi e le disposizioni sovraordinate in materia edilizia, di cui alla Parte Prima – Allegato A dello schema di Regolamento Edilizio Tipo dell’intesa, trovano diretta applicazione nei Comuni, prevalendo sulle disposizioni comunali con esse incompatibili, a partire dal 01 gennaio 2018, così come disposto dalla L.R. 27 novembre 2017, n.46 “Legge regionale Modifiche agli articoli 2 e 3 della l.r. 18 maggio 2017. n. 11 (Regolamento Edilizio -Tipo)”;

Sul punto, il Collegio osservava testualmente che “il decorso del termine è il profilo da considerare per affermare che l’intervento proposto avrebbe dovuto essere valutato alla luce delle definizioni contenute nel Regolamento edilizio-tipo”.

La decisione del Consiglio di Stato

In sede di appello, la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha riformato la sentenza di primo grado del Tar pugliese sulla base dell’orientamento già espresso dalla stessa Sezione con la precedente sentenza n. 8426 del 28 dicembre 2020 nell’ambito di una fattispecie analoga relativa alla Regione Campania. In aderenza ad una interpretazione costituzionalmente orientata delle norme rilevanti, infatti, il Giudice d’appello aveva già escluso che le previsioni del R.e.t. possano avere efficacia diretta in assenza di espresso recepimento da parte dei Comuni.

Il fondamento di tale orientamento risiede, in primo luogo, nella natura stessa del Regolamento Edilizio Tipo.

Sul punto, in particolare, si è pronunciata la Corte costituzionale con la sentenza 26 maggio 2017, n. 125 nell’ambito del giudizio promosso dalla Regione Puglia e dalla Provincia autonoma di Trento con riferimento al citato art. 4, co. 1-sexies introdotto dall’art. 17-bis, co. 1, D.L. 12 settembre 2014, n. 133.

La Consulta aveva, infatti, osservato che il Regolamento Edilizio Tipo “non ha alcun contenuto innovativo della disciplina dell’edilizia, ma svolge una funzione di raccordo e coordinamento meramente tecnico e redazionale, venendo a completare il principio (fondamentale) contenuto nella disposizione legislativa”.

In merito a ciò, la Quarta Sezione ha rilevato che proprio la natura essenzialmente tecnica della fattispecie normativa considerata risulta decisiva, nella ricostruzione resa dal Giudice delle Leggi, per respingere le questioni di legittimità costituzionale dedotte sotto il profilo della violazione dell’art. 117, sesto comma, Cost., che riconosce allo Stato la potestà regolamentare solo nelle materie di legislazione esclusiva.

Sulla base di tali coordinate ermeneutiche si giunge, pertanto, alla conclusione che si tratta di una operazione di standardizzazione definitoria il cui impatto concreto non può eccedere i limiti che si sono consapevolmente dati gli autori della nuova normativa.

Al riguardo, infatti, mette conto ricordare che tanto l’art. 2 dell’intesa, quanto la Deliberazione della Giunta Regionale prevedono espressamente che il recepimento delle definizioni uniformi non comporta complessivamente la modifica delle previsioni dimensionali degli strumenti urbanistici vigenti.

In merito a ciò, il T.A.R. Campania (sent. n. 5879/2019) aveva già efficacemente evidenziato che la disposizione è “chiaramente volta a salvaguardare l’autonomia degli enti territoriali nella pianificazione del loro territorio in termini di dimensionamento degli interventi edilizi, di ciò che costituisce carico urbanistico, della determinazione degli standards urbanistici, ecc. È, infatti, evidente che l’indice di fabbricabilità in termini mc/mq (e, dunque, dimensionali) riceve contenuto in virtù delle definizioni di ciò che costituisce volume. Se per volume si intende solo quello sviluppato da superfici utili (senza considerare le superfici accessorie) si avrà un certo risultato in termini di volumi assentibili che è chiaramente diverso da quello ricavabile nel caso in cui si includano tutte le superfici”.

Alla luce di tali profili, il Collegio ha, quindi, ritenuto che “nell’ambito di una complessiva considerazione sistemica e sistematica della materia, la mancanza di una espressa previsione di legge derogatoria dell’ordinario riparto delle competenze in materia urbanistica non consenta di concludere che, con l’esposta intesa, si siano voluti determinare effetti così radicalmente eversivi sulla autonomia pianificatoria degli enti locali, quali quelli che deriverebbero dall’ipotesi esegetica condivisa dal T.a.r. nella sentenza impugnata”.

Tutto ciò osta, pertanto, ad un’interpretazione comportante in definitiva “la sostanziale soppressione dei poteri istituzionali dei Comuni a seguito del mero mancato rispetto di un termine che, oltretutto, la stessa legge regionale pugliese non qualifica espressamente come perentorio”.

In conclusione, si deve ritenere che la disciplina edilizia e urbanistica dei Comuni sia destinata a restare inalterata nelle more della modifica dei relativi strumenti di governo del territorio, quanto meno in relazione al fondamentale dato del “dimensionamento urbanistico”.

 

Sentenza Consiglio di Stato