L’ORDINANZA DEL TAR LOMBARDIA CHE RINVIA ALLA CORTE COST. L’ART.40 BIS DELLA LR LOMBARDIA SULLA DISCIPLINA DEGLI IMMOBILI DISMESSI

di 25 Febbraio 2021 Senza categoria

ordinanza tar lombardia milano

 

 

Tar Lombardia Milano.sez II.Ordinanza N.371/2021

 

Piano urbanistico comunale. Recupero immobili dismessi e degradati.

Dichiarazione rilevante e non manifestamente infondata della questione di legittimità costituzionale dell’art.40 bis della legge regionale della Lombardia n.18/2019 per violazione degli artt.3,5, 97, 114 2 co, 117 2 co, lett p), 3 e 4 co. e 118 cost.

 

L’art.40 bis della legge regionale della Lombardia n.18/2019 prevede ex lege una premialità edificatoria per gl’immobili dismessi e senza garanzia della realizzazione delle oo.uu. secondarie, in contrasto con le NTA del PGT di Milano che per analoga fattispecie aggravata dalla pericolosità, prevedono l’obbligo di demolizione senza aumento di volumetria. Il GA solleva la questione di costituzionalità poiché la norma regionale comprime la discrezionalità dei comuni in materia urbanistica e viola le funzioni fondamentali dei comuni ex 117 lett.p) cost.  

 

Article 40 bis of the Lombardy regional law no. 18/2019 ex law provides for a building bonus for disused properties  and without guarantee of the construction of the oo.uu. secondary, in contrast to the NTA of the Milan PGT which for a similar case aggravated by the danger, provide for the obligation of demolition without increasing the volume. 

The GA raises the question of constitutionality since the regional rule compresses the discretion of the municipalities in urban planning and violates the fundamental functions of the municipalities pursuant to 117 letter p) cost.

 

IL RECUPERO DEI BENI IMMOBILI DISMESSI TRA PREMIALITÀ E CONSUMO DI SUOLO. IL CASO DEL PGT DI MILANO E LA LEGISLAZIONE LOMBARDA IN MATERIA DI RIGENERAZIONE URBANA.

PAOLO URBANI

1.PREMESSA

 

Mentre il paese è travolto dalla pandemia e dalla crisi economica e l’attenzione della stampa e dei cittadini si concentra sull’emergenza che non sembra per ora recedere, in Lombardia – in particolare a Milano – si sta consumando uno scontro istituzionale che sembra rievocare a livello politico il vecchio conflitto tra destra e sinistra: da una parte il comune di Milano retto dal centrosinistra, dall’altro la Regione governata dal centrodestra.

Il conflitto riguarda la materia dell’urbanistica e del principale strumento di governo del territorio: il piano regolatore ed il suo contenuto conformativo della proprietà.

In particolare, l’aspetto della rigenerazione urbana ovvero di quelle parti del territorio costruito che non assolvono più la funzione loro assegnata nel tempo. Si allude agli edifici produttivi dismessi, o comunque abbandonati ed oggetto di degrado, la cui riconversione è materia proprio del conflitto in atto tra le scelte operate dal PGT di Milano – in specie l’art.11 delle NTA – e le ultime innovazioni normative apportate dalla lr. Lombardia n.18 del 2019 “Misure di semplificazione e incentivazione per la rigenerazione urbana e territoriale, nonché per il recupero del patrimonio edilizio esistente. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) e ad altre leggi regionali” che ha introdotto una nuova disciplina di favore – art 40 bis – alla originaria lr 12 del 2005 sul governo del territorio .

Prima di entrare nel merito del conflitto giurisdizionale che ha portato all’emanazione delle due ordinanze (di identico tenore) del TAR Lombardia di Milano oggetto delle nostre riflessioni, è bene mettere in luce che il tema della rigenerazione, riqualificazione, riconversione dell’urbano degradato e abbandonato all’interno dei piani urbanistici e specie di quelli delle grandi città industriali – come Milano nel caso di specie –  è questione di livello mondiale che coinvolge da tempo tutti i paesi industrializzati che in vario modo hanno provveduto a prevederne una disciplina specifica ad hoc.[1]

Il tema, in breve, coinvolge, da un lato, la proprietà immobiliare di quegli edifici e il loro abbandono poiché la funzione cui erano destinati non incontra più le esigenze del mercato, con conseguente degrado di quelle volumetrie e delle relative aree; dall’altro, la funzione di governo sostenibile del territorio di competenza delle amministrazioni locali cui spetta tramite la pianificazione urbanistica di ripensare profondamente la funzione del piano, ormai non più destinata nelle sue scelte all’espansione ma alla riconsiderazione del territorio costruito.

La vicenda del recupero delle “aree dismesse” è peraltro stata oggetto –fin da tempi risalenti – di un primo isolato intervento normativo del legislatore statale (art.16 l.179/1992) che, prendendo atto della rigidità del piano regolatore generale nel mantenere ferme quelle destinazioni incompatibili ormai con la domanda di mercato, riconosce la facoltà ai soggetti privati di proporre all’amministrazione un diverso assetto di quelle aree e di quelle volumetrie ammettendo dunque una partecipazione del privato alla rideterminazione delle scelte urbanistiche, cui la PA può acconsentire, nel rispetto della soddisfazione dell’interesse pubblico. Di qui come noto la proposta di variazione del piano tramite accordo di programma al fine di accelerare la riconversione urbana.

Il “programma integrato d’intervento” fa così ingresso nella pianificazione autoritativa cedendo il passo all’urbanistica consensuale [2] favorita anche da un’effettiva domanda di riutilizzo di quei beni immobiliari a favore della mixitè delle funzioni che solo d’intesa con la proprietà possono avere concreta attuazione.

L’utilizzo di tale strumento non è stato di facile utilizzo sia per la discussa applicabilità alla pianificazione urbanistica dell’art 11 della legge 241/90 in materia di accordi procedimentali [3] sia per la difficoltà di individuare l’interesse pubblico che giustifichi da parte dell’amministrazione una variante specifica del piano regolatore in rapporto ai particolarii interessi privati manifestatisi.

Sotto questo profilo l’esperienza dell’”urbanistica contrattata”, almeno fino al 2009, si è basata sul cosiddetto scambio edificatorio il cui oggetto comporta che – a fronte del riconoscimento di una diversa destinazione d’uso e di un diverso intervento edilizio sui beni dismessi – i privati avvantaggiati da tali nuove prescrizioni, rispetto alle previsioni originarie del piano regolatore, si facciano promotori della realizzazione di opere di “mecenatismo”[4] o extra oneri[5] al fine di realizzare uno “scambio leale e non uno scambio sleale[6]. In altre parole l’intervento di trasformazione viene giustificato nella misura in cui anche la collettività – sotto il profilo della dotazione di maggiori opere di urbanizzazione secondaria – si giovino dell’intervento privato realizzato.

La vicenda, descritta sommariamente, per il cui approfondimento rinvio ai miei scritti[7], cambia radicalmente, anche se la questione  non è immediatamente percepita dalle amministrazioni locali con il cosiddetto Piano Casa del 2009[8] introdotto al fine di rilanciare l’attività edilizia, anche qui a fini di rigenerazione urbana, che in caso di demolizione e ricostruzione di edifici esistenti, prevede una premialità variabile tra il 20% e il 35% in deroga al piano regolatore, senza che ciò comporti a titolo di compensazione alcun onere a carico della proprietà-impresa.

Il piano casa ancora in vigore in moltissime regioni nonostante ne fosse stata prevista una sua applicazione limitata a 18 mesi, ma anche le successive leggi regionali in materia sollecitate dall‘ art.5 co 9 della l.106 del 2011[9] – ha permeato silenziosamente le problematiche della rigenerazione urbana applicata anche alle aree dismesse poiché mentre il piano-casa si è sostanzialmente limitato alla ristrutturazione edilizia di singoli edifici all’interno del patrimonio edilizio esistente, il concetto di premialità – grazie alle leggi regionali sulla rigenerazione urbana più recenti – si è di fatto esteso anche alle cosiddette aree dismesse –  ovvero agli edifici industriali ed ai manufatti abbandonati oggetto della vicenda delle ordinanze del Tar Lombardia che qui ci occupano.

 

  1. L’OGGETTO DEL CONTENDERE.

 

Si rende ora necessario ricostruire la vicenda nella Regione Lombardia che vede come attori principali da un lato il Comune di Milano e dall’altro la Regione.

Nello specifico, si tratta della legislazione regionale in materia di rigenerazione urbana introdotta dalla legge 18 del 2019 in particolare dell’art 40 bis oggetto del rinvio da parte del Tar alla Corte Costituzionale sotto il profilo della sua legittimità costituzionale. Dall’altro le disposizioni del PGT di Milano come esempio In Italia di piano totalmente perequato attraverso il meccanismo della perequazione generalizzata a priori – ed in particolare dell’articolo 11 delle NTA che si pongono in palese contrasto con il 40 bis introdotto di recente. Ebbene il PGT – ancora prima che la legge regionale citata entri in vigore – affronta funditus il tema assai rilevante dell’abbandono degli edifici dismessi regolandone la riqualificazione nel caso in cui tali conglomerati edilizi rechino pericolo alla salute pubblica, alla sicurezza e all’inquinamento.

La necessità di superare “l’inerzia”[10] della proprietà a fronte del riconoscimento di tali carenze ha spinto la disciplina di piano a prevedere un meccanismo di penalizzazione per superare il degrado dell’edificato in quelle aree.  E’ appena il caso di rilevare che tale fenomeno – per stare al caso europeo – è stato a partire dagli anni ‘90 disciplinato con analoghe modalità anche se molto più incisive[11]. In sostanza le NTA dell’art.11 prevedono che – una volta individuato ­ con delibera di consiglio comunale ­l’immobile non utilizzato che presenti le caratteristiche di degrado prima richiamate ­­– il proprietario abbia un anno e mezzo per recuperarlo attraverso una proposta di intervento, altrimenti è tenuto a demolirlo salvaguardando comunque i diritti volumetrici. In caso, tuttavia, di mancato adeguamento o di demolizione è previsto l’intervento d’ufficio del comune, le cui spese sono addossate al proprietario inerte, mentre l’indice edificatorio riconosciuto perequato viene ridotto a quello base pari 0,35 mq/mq perdendo così la volumetria dell’edificio esistente. E’ evidente qui che siamo in un meccanismo autoritativo della cui legittimità è oggetto il ricorso al TAR dei proprietari i cui beni immobili sono stati identificati come pericolosi e, quindi, oggetto dell’obbligo di demolizione e ripristino.

Tale logica viene però completamente ribaltata dall’art 40 bis della legge 18 del 2019 citata, che non solo prevede tre anni di tempo (e non 1 anno e mezzo come previsto nelle NTA del PGT) per presentare il progetto di riqualificazione degli immobili abbandonati da cinque  anni ma ne garantisce – analogamente al cosiddetto piano casa del 2009 – un bonus volumetrico tra il 20% e il 25 %. con un ulteriore vantaggio per la proprietà-impresa visto che a fronte dell’incremento di volume (e del mutamento di destinazione d’uso) i proprietari non debbano nemmeno rispettare gli standards urbanistici ed edilizi, in specie le oo.uu. secondarie connesse all’intervento.

La vicenda così sommariamente descritta – ben ricostruita nell’ordinanza del TAR – ha creato già una situazione di conflitto poichè in base alla art. 40 bis della lr il comune, suo malgrado, ha approvato la delibera che recepisce le richieste dei proprietari – una lista di ben 37 edifici –destinatari del bonus volumetrico introdotto dalla disposizione regionale.

Venendo alla questione giuridica, i temi affrontati dal TAR Lombardia – sulla base dei ricorsi presentati – può essere così riassunta rinviando più semplicemente alla ricostruzione operata dal Tar nell’ordinanza.

La prima questione riguarda il ricorso presentato dai ricorrenti proprietari degli edifici inseriti nella delibera comunale che, ai sensi dell’art. 11 PGT di Milano, sarebbero obbligati alla demolizione a proprie pese sulla base della pericolosità riscontrata, eccependo la illegittimità del procedimento di cui non è chiaro il fondamento giuridico non essendo un procedimento espropriativo od un sequestro del bene. Sulla questione il Tar – rinviando la decisione[12] – non si è espresso poichè il comune di Milano ha eccepito preliminarmente l’incostituzionalità dell’art 40 bis richiamato che sovvertendo la disciplina del piano regolatore prevede  al contrario – come abbiamo visto – un meccanismo premiale da parte dei proprietari sulla base di semplice richiesta di ristrutturazione degli edifici dismessi.

Va osservato che il GA mettendo in luce che l’art.40 bis della legge regionale e l’art.11 delle NTA del PGT di Milano abbiano lo stesso perimetro applicativo, quest’ultima disposizione dovrebbe essere annullata, in ossequio alla gerarchia delle fonti, poiché una disposizione di fonte regolamentare non può porsi in contrasto con una prescrizione contenuta in una legge regionale (fonte primaria) e ciò soddisferebbe pienamente l’interesse dei ricorrenti rendendo superfluo l’esame delle altre censure. Tuttavia, la difesa del comune di Milano sollevando la questione di costituzionalità dell’art.40 bis della lr  ha posto il problema della “sovrapposizione tra le due discipline che conferisce alla norma regionale il ruolo di parametro di legittimità della norma regolamentare dettata dal Comune di Milano”.

L’evocata rilevante e non manifestamente infondata questione di costituzionalità della disciplina del 40 bis è accolta dal TAR che  affonda le sue radici, tra l’altro, nell’art. 117 2 comma lett. p) Cost. in materia di funzioni fondamentali dei Comuni e nell’art.118 Cost. che salvaguarda le funzioni amministrative attribuite ai Comuni, come nel caso delle funzioni proprie della materia urbanistica. In sostanza, secondo la norma del 40 bis – nell’ambito della pianificazione del territorio – il Comune sarebbe privato della necessaria discrezionalità nel determinare l’assetto del territorio comunale sotto il profilo della sua trasformazione (“il legislatore regionale ha imposto una disciplina ingiustificatamente rigida e uniforme, operante a prescindere dalle decisione comunali e in grado di produrre un impatto sulla pianificazione locale molto incisivo e potenzialmente idoneo a stravolgere l’assetto del territorio”). Inoltre, secondo i giudici, la norma regionale incentiva in maniera del tutto discriminatoria e irragionevole situazioni di abbandono e di degrado, da cui discende la possibilità di ottenere premi volumetrici e norme urbanistiche ed edificatorie più favorevoli rispetto a quelle ordinarie”. In pratica, riconoscendo una premialità così spinta per la riqualificazione di immobili, vengono avvantaggiati “soggetti che non hanno provveduto a mantenerli in buono stato e che hanno favorito l’insorgere di situazioni di degrado e pericolo, a differenza dei proprietari diligenti che hanno fatto fronte agli oneri e ai doveri conseguenti al loro diritto di proprietà, ma che proprio per questo non possono beneficiare di alcun vantaggio in caso di intervento sul proprio immobile”. Secondo il Tar, inoltre, il bonus volumetrico del 20-25% contraddice altre norme regionali che prevedono la riduzione del consumo di suolo. Mentre la previsione di non dover mettere a disposizione aree per servizi pubblici, ovvero adeguare gli standards urbanistici al nuovo intervento edificatorio, è in contrasto con le norme statali da cui discende la necessità di garantire, a livello di pianificazione urbanistica locale, “un corretto rapporto tra il carico urbanistico gravante sulla zona interessata dall’intervento di riqualificazione e le corrispondenti dotazioni pubbliche”.

Ma il Tar solleva, tra l’altro, rispetto alla rilevante e non manifestamente infondata questione di costituzionalità dell’art.40 bis, anche il contrasto con il principio espresso dall’art.3 bis “Interventi di conservazione” del DPR 380/2001 “Testo unico dell’edilizia” – introdotto dalla l.164 del 2014 – che affrontando il tema “dell’individuazione da parte del piano urbanistico degli edifici esistenti non più compatibili con gli indirizzi della pianificazione”, favorisce la riqualificazione di un determinato contesto che può avvenire attraverso forme di compensazione incidenti sull’area interessata, tuttavia senza aumento della superficie coperta, rispondenti al pubblico interesse e comunque rispettose del buon andamento dell’azione amministrativa. Trattasi, in sostanza, per questa prima parte dell’articolo in oggetto, di principio fondamentale della materia  governo del territorio non derogabile dalla legislazione regionale. Di talchè, secondo il GA – ed in modo particolarmente incisivo – la premialità dell’art. 40bis non può spingersi fino al punto di compromettere la tutela di un altro bene, di almeno pari rango, quale è quello legato alla riduzione del consumo di suolo, peraltro fatto proprio dal legislatore regionale.[13]

Tornando  al conflitto “politico” tra destra e sinistra evocato all’inizio non si può negare che sotto il profilo della sostenibilità del governo del territorio, il comune di Milano si sia mosso in questo caso nell’ottica della riduzione del consumo di suolo (evocato dalla legge regionale Lombardia  28 novembre 2014, n.31 sul consumo di suolo)  con l’obiettivo non solo del risanamento del degrado urbano ma escludendo qualsiasi premialità edificatoria per tali fattispecie urbanistiche. Peraltro, va ricordato che il PGT di Milano ha adottato il sistema della perequazione generalizzata a priori che in modo sostanzialmente uniforme ha attribuito a tutte  le aree edificabili un indice territoriale uniforme pari a 35 mq/mq (ed in casi specifici 55 mq/mq) prevedendo già nella manovra di piano su quali aree si possa esercitare lo jus aedificandi, mentre in altre la proprietà immobiliare può solo procedere al trasferimento delle volumetrie riconosciute in altre aree di atterraggio, destinate ad ospitare il surplus di volumetria. Di qui, come è noto, l’emergere dei cosiddetti diritti edificatori e del conseguente registro di tali diritti presso il comune.

La filosofia perequativa si muove nell’ottica del superamento dell’urbanistica discriminatoria in direzione del rispetto dell’art.3 delle Cost. ponendo tutti i proprietari nella stessa situazione giuridica dal punto di vista del riconoscimento dell’edificabilità dei propri beni.

L’applicazione del 40 bis stravolge tale filosofia e nello stesso tempo altera il calcolo del cosiddetto fabbisogno abitativo dell’intero territorio comunale previsto dal PGT che viene alterato dalle premialità attribuite ex lege agli edifici dismessi.

Nell’ottica della filosofia europea della riduzione del consumo di suolo [14] e della sostenibilità ambientale evocata dall’attuale Governo Draghi[15] possiamo dire che il Comune di Milano si sia mosso pienamente nella prospettiva ambientalista (che potremmo anche chiamare di sinistra!). Diversamente la Regione Lombardia con la disposizione del 40 bis, censurata dal TAR, sembra muoversi in direzione di un incontrollato consumo di suolo a favore della proprietà-impresa ed è evidente che la disposizione introdotta nel 2019 ha come obiettivo il contrasto con le disposizioni del PGT di Milano. E d’altronde, la premialità ex lege del piano-casa, già richiamata, che ha nel tempo travolto le prescrizioni del piano urbanistico[16] fu introdotta dal Governo di quegli anni che esprimeva la stessa maggioranza politica della Regione Lombardia!

 

 

 

[1]  M. PASSALACQUA e B. POZZO (a cura di) Diritto e Rigenerazione dei Brownfields.  Amministrazione, obblighi civilistici e tutele. Collana di dipartimento di Giurisprudenza Università di Pisa.2020

[2] Rinvio a P.URBANI ., Urbanistica consensuale, Bollati Boringhieri, 2000, P. URBANI Urbanistica solidale, Bollati Boringhieri, 2011

[3] P. Urbani, Dall’urbanistica autoritativa all’urbanistica solidale. Breve viaggio verso le nuove frontiere del governo del territorio, in Riv. giur. edil., 3/2013, 121, ora in P. Urbani, Scritti Scelti, vol. II, Giappichelli, 2015, 1199.

[4] Vicende già intuite da un grande urbanista E.Salzano, Urbanistica e società opulenta Laterza 1969.

[5] S.Civitarese, Verso l’urbanistica consensuale, in P. Urbani-S. Civitarese (a cura di), Amministrazione e privati nella pianificazione urbanistica, nuovi moduli convenzionali,  Giappichelli, 1995; A. Travi, Accordi tra proprietari e comune per modifiche al piano regolatore ed oneri esorbitanti, in Foro it., 12, 2002, 274.

[6] F.CURTI (a cura di) Lo scambio leale, la negoziazione urbanistica e offerta privata di spazi e servizi pubblici, Officina 2006.Uno dei casi felicemente realizzati è quello della Fabbrica Pirelli a Milano trasformata nell’università di Studi Bicocca a fine degli anni 90.

[7] P.URBANI, Istituzioni Economia Territorio.Il gioco delle responsabilità nelle politiche di SviluppoGiappichelli 2020 in particolare pag. 92 seg.

[8] Conferenza unificata 31 marzo 2009, Intesa ai sensi dell’art. 8, l. n. 131 del 2003, per “favorire l’armonizzazione delle rispettive legislazioni o il raggiungimento di posizioni unitarie o il conseguimento di obiettivi comuni”.

«In base all’intesa, le Regioni si sono impegnate ad approvare nel termine di 90 giorni leggi che: a) consentano interventi fino al 20% della volumetria di edifici residenziali uni-bi familiari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, quindi, per un massimo di 200 metri cubi, al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica; b) consentano, allo stesso fine, interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35%; c) semplifichino e accelerino l’attuazione di detti interventi.

Le leggi regionali possono però individuare ambiti in cui detti interventi sono esclusi o limitati; gli interventi inoltre, salva diversa decisione, possono avere validità temporalmente definita, comunque non superiore a 18 mesi. In caso di inerzia o ritardo il Governo e il presidente della giunta regionale interessata “determinano le modalità procedurali idonee ad attuare compiutamente l’accordo, anche ai sensi dell’art. 8, comma 1, della legge n. 131/2003».

Sulla base dell’intesa sono poi state approvate numerose leggi regionali in materia di piano-casa.

 

  1. Al fine di incentivare la razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente nonché di promuovere e agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate con presenza di funzioni eterogenee e tessuti edilizi disorganici o incompiuti nonché di edifici a destinazione non residenziale dismessi o in via di dismissione ovvero da rilocalizzare, tenuto conto anche della necessità di favorire lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, le Regioni approvano entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto specifiche leggi per incentivare tali azioni anche con interventi di demolizione e ricostruzione che prevedano:
  2. il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva rispetto a quella preesistente come misura premiale;
  3. la delocalizzazione delle relative volumetrie in area o aree diverse;
  4. l’ammissibilità delle modifiche di destinazione d’uso, purché si tratti di destinazioni tra loro compatibili o complementari;
  5. le modifiche della sagoma necessarie per l’armonizzazione architettonica con gli organismi edilizi esistenti.

[10] P.CAPRIOTTI, L’inerzia dei proprietari al tempo della rigenerazione urbana in RGU 1/2020 49; G.F. Cartei, Rigenerazione urbana e governo del territorio, in Ist. feder., 3/2017, 603; A. Giusti, La Rigenerazione Urbana. Temi, questioni e approcci nell’urbanistica di nuova generazione, Editoriale scientifica, 2018, 18 ss.; H. Lefebvre, Le droit à la ville, Éditions Anthropos, 1968, E. FONTANARI – G. PIPERATA (a cura di) Agenda Re-cycle Proposta per reinventare la città, IL Mulino 2017. F. DI LASCIO, F. GIGLIONI La rigenerazione di bene e spazi urbani. Il Mulino 2017.

[11] In Germania è previsto che di fronte a tali fattispecie, nella misura in cui l’edificio non è più utilizzato da un anno ai fini dell’attività di mercato e presenta degrado, la norma tedesca prevede l’obbligo di riforestazione dell’area: Vedi E. BUOSO La disciplina urbanistica tedesca: misure compensative e contro il consumo di suolo in D. D’ORSOGNA (a cura di) Perequazione urbanistica Giappichelli 2015. E. BUOSO La disciplina urbanistica contro il consumo di suolo e sulle misure compensative in P. URBANI (a cura di) Politiche Urbanistiche e gestione del territorio tra esigenze del mercato e coesione sociale. Giappichelli 2015.

[12] “In via preliminare deve essere modificato l’ordine di trattazione dei motivi di ricorso, poiché la sesta censura, in ragione del uso carattere assorbente, deve essere trattata prioritariamente rispetto alle altre”

 

[13] Anche la lr Lombardia 28 novembre 2014, n.31 sul consumo di suolo   è stata dichiarata incostituzionale, con sent.179/2019, a seguito del rinvio alla Corte Cost. da parte del Consiglio di Stato sez IV 5711/2017 (pres. Taormina) per evidente lesione delle funzioni fondamentali comunali in materia urbanistica.

[14] Su cui da ultimo G.PAGLIARI Governo del territorio e consumo di suolo. Riflessioni sulle prospettive della pianificazione urbanistica in Questa Rivista N.5 2020, 325; P.URBANI A proposito della riduzione del consumo di suolo in Questa rivista 3/2016, 228.

[15] Si pensi all’istituzione del Ministero della transizione ecologica.

[16] Questione subito messa in luce da V.CERULLI IRELLI-L.DE LUCIA Verso la depianificazione del territorio in Dem e dir. 2009.