Una recente pronuncia della Cassazione sulla distanza dalle vedute di Fabio Cusano

Una recente pronuncia della Cassazione sulla distanza dalle vedute

di Fabio Cusano

CASS_25647_2022

 

In data 31 agosto 2022 la Suprema Corte di Cassazione, con sent. 25647, ha confermato la sentenza della Corte d’appello, la quale ha affermato che la parte resistente, nell’eseguire i lavori presso il proprio stabile, abbia osservato la distanza tra i volumi preesistenti ex art. 9 c. 1 p. 1 del D.M. 1444/1968. Altresì la Corte d’appello ha ritenuto gli interventi del resistente una mera ristrutturazione, senza avanzamento verso la confinante proprietà degli appellanti, senza riduzione delle distanze tra volumi preesistenti e senza aver ridotto apprezzabilmente aria e luce alla proprietà degli appellanti.

Adita la Cassazione, i ricorrenti hanno dedotto con il primo motivo di ricorso che gli immobili sono collocati nella Zona A-centro storico, in cui è imposto un vincolo di inedificabilità assoluta, essendo consentite soltanto la manutenzione e la ristrutturazione dei manufatti preesistenti. Nel caso di specie a loro giudizio sarebbe stato realizzato un ampliamento di volumetria e quindi una nuova costruzione, in violazione del vincolo paesaggistico vigente nei centri storici. Con il secondo motivo i ricorrenti hanno dedotto che l’impugnata sentenza ha ritenuto che la resistente si sia limitata a ristrutturare gli immobili preesistenti mentre, a loro avviso, si configurerebbe una nuova costruzione soggetta al regime delle distanze.

La Cassazione ha ritenuto infondati i primi due motivi di ricorso; aderendo alla tesi accolta dalla Corte d’appello, risulta che la resistente abbia posto in essere una semplice ristrutturazione dei manufatti preesistenti, senza incrementi volumetrici. Dunque, il nuovo manufatto costituisce una mera ristrutturazione dei vani preesistenti, conformemente alle prescrizioni in tema di distanze vigente per il centro storico ex art. 9 c. 1 p. 1 del D.M. 1444/1968. In altri termini, la Suprema Corte ha ricordato che nei centri storici è consentita la ristrutturazione senza incrementi di volumetria nel rispetto delle distanze tra le opere preesistenti, conformemente alle prescrizioni in tema di distanze vigenti per la zona A.

Con il terzo motivo i ricorrenti hanno dedotto una riduzione di luce ed aria, con una forte contrazione del valore commerciale del proprio immobile; i ricorrenti hanno lamentato altresì l’illegittimità dell’apposizione da parte della resistente di pannelli sul proprio terrazzino poiché i medesimi avrebbero inibito la veduta dei ricorrenti.

La Suprema Corte ha ritenuto tale motivo infondato, aderendo alle valutazioni dei Giudici di merito, secondo i quali i ricorrenti non hanno idoneamente maturato un diritto di veduta. Con riferimento all’apposizione dei pannelli, la Corte ha ribadito un proprio recente orientamento secondo cui l’eliminazione delle vedute abusive può essere realizzata anche attraverso idonei accorgimenti che impediscano di esercitare la veduta sul fondo altrui, come l’apposizione di idonei pannelli che impediscano il prospicere e l’inspicere in alienum.

Con il quarto motivo i ricorrenti hanno lamentato che la Corte d’appello ha ritenuto insussistente un pregiudizio risarcibile quale conseguenza dell’illegittimità delle opere, benché – a loro avviso – il danno sia in re ipsa e debba ritenersi sussistente senza necessità di prova.

La Suprema Corte ha ritenuto infondato anche quest’ultimo motivo ribadendo un proprio recente orientamento secondo cui la tesi del danno in re ipsa, derivante dalla violazione delle distanze legali, implica una mera presunzione relativa di sussistenza del pregiudizio risarcibile (attesa la natura del bene giuridico leso), ma è sempre fatta salva la prova contraria o la possibilità che il giudice accerti in concreto l’infondatezza della domanda sulla base delle risultanze processuali e delle caratteristiche dei manufatti.

Tanto premesso, la Suprema Corte ha rigettato in toto il ricorso, confermando la precedente statuizione della Corte d’appello.

Una recente pronuncia della Cassazione sulla distanza dalle vedute

di Fabio Cusano

In data 31 agosto 2022 la Suprema Corte di Cassazione, con sent. 25647, ha confermato la sentenza della Corte d’appello, la quale ha affermato che la parte resistente, nell’eseguire i lavori presso il proprio stabile, abbia osservato la distanza tra i volumi preesistenti ex art. 9 c. 1 p. 1 del D.M. 1444/1968. Altresì la Corte d’appello ha ritenuto gli interventi del resistente una mera ristrutturazione, senza avanzamento verso la confinante proprietà degli appellanti, senza riduzione delle distanze tra volumi preesistenti e senza aver ridotto apprezzabilmente aria e luce alla proprietà degli appellanti.

Adita la Cassazione, i ricorrenti hanno dedotto con il primo motivo di ricorso che gli immobili sono collocati nella Zona A-centro storico, in cui è imposto un vincolo di inedificabilità assoluta, essendo consentite soltanto la manutenzione e la ristrutturazione dei manufatti preesistenti. Nel caso di specie a loro giudizio sarebbe stato realizzato un ampliamento di volumetria e quindi una nuova costruzione, in violazione del vincolo paesaggistico vigente nei centri storici. Con il secondo motivo i ricorrenti hanno dedotto che l’impugnata sentenza ha ritenuto che la resistente si sia limitata a ristrutturare gli immobili preesistenti mentre, a loro avviso, si configurerebbe una nuova costruzione soggetta al regime delle distanze.

La Cassazione ha ritenuto infondati i primi due motivi di ricorso; aderendo alla tesi accolta dalla Corte d’appello, risulta che la resistente abbia posto in essere una semplice ristrutturazione dei manufatti preesistenti, senza incrementi volumetrici. Dunque, il nuovo manufatto costituisce una mera ristrutturazione dei vani preesistenti, conformemente alle prescrizioni in tema di distanze vigente per il centro storico ex art. 9 c. 1 p. 1 del D.M. 1444/1968. In altri termini, la Suprema Corte ha ricordato che nei centri storici è consentita la ristrutturazione senza incrementi di volumetria nel rispetto delle distanze tra le opere preesistenti, conformemente alle prescrizioni in tema di distanze vigenti per la zona A.

Con il terzo motivo i ricorrenti hanno dedotto una riduzione di luce ed aria, con una forte contrazione del valore commerciale del proprio immobile; i ricorrenti hanno lamentato altresì l’illegittimità dell’apposizione da parte della resistente di pannelli sul proprio terrazzino poiché i medesimi avrebbero inibito la veduta dei ricorrenti.

La Suprema Corte ha ritenuto tale motivo infondato, aderendo alle valutazioni dei Giudici di merito, secondo i quali i ricorrenti non hanno idoneamente maturato un diritto di veduta. Con riferimento all’apposizione dei pannelli, la Corte ha ribadito un proprio recente orientamento secondo cui l’eliminazione delle vedute abusive può essere realizzata anche attraverso idonei accorgimenti che impediscano di esercitare la veduta sul fondo altrui, come l’apposizione di idonei pannelli che impediscano il prospicere e l’inspicere in alienum.

Con il quarto motivo i ricorrenti hanno lamentato che la Corte d’appello ha ritenuto insussistente un pregiudizio risarcibile quale conseguenza dell’illegittimità delle opere, benché – a loro avviso – il danno sia in re ipsa e debba ritenersi sussistente senza necessità di prova.

La Suprema Corte ha ritenuto infondato anche quest’ultimo motivo ribadendo un proprio recente orientamento secondo cui la tesi del danno in re ipsa, derivante dalla violazione delle distanze legali, implica una mera presunzione relativa di sussistenza del pregiudizio risarcibile (attesa la natura del bene giuridico leso), ma è sempre fatta salva la prova contraria o la possibilità che il giudice accerti in concreto l’infondatezza della domanda sulla base delle risultanze processuali e delle caratteristiche dei manufatti.

Tanto premesso, la Suprema Corte ha rigettato in toto il ricorso, confermando la precedente statuizione della Corte d’appello.