PER UN’ETICA DELLA RIGENERAZIONE URBANA di Marcello Capucci -Responsabile del servizio qualità urbana e politiche abitative della Regione Emilia Romagna –

“Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto d’amore che esprime la nostra dignità”  (Lettera Enciclica “Laudato Si”,  §211)

 

In una sera d’estate accompagno mio figlio e due suoi amici a prendere un gelato. Io prendo un caffè, che di norma non zucchero: ma non è un granché e cerco di addolcirlo: sul bancone ci sono solo bustine, non zucchero sciolto. Ne apro una e la uso appena, gran parte del contenuto restante finirà buttato via. I bimbi, mangiato il gelato, chiedono un po’ d’acqua: quella del rubinetto pare non esistere, per cui devo comprare una bottiglietta che mi danno con quattro bicchieri, il tutto rigorosamente di plastica. Bevuta l’acqua, i resti finiscono nel cestino (della differenziata, ma è magra soddisfazione). In qualche attimo, pochi gesti quotidiani di tre bambini e un adulto producono sprechi e rifiuti.

Cosa c’entra tutto questo con la rigenerazione? C’entra, più di quanto possiamo immaginare, se vogliamo assumere l’idea che la questione sia, molto prima che tecnica e pratica, decisamente culturale. L’occasione del confronto con l’enciclica Laudato Si’è particolarmente interessante per affrontare il tema da punti di vista inusuali, e consente di allargare lo sguardo a riflessioni più ampie, ed a mio avviso essenziali, che nella prassi quotidiana appaiono quasi rimosse dallo sfondo di qualunque ragionamento.

Le considerazioni che seguono provengono da un osservatorio del tutto laico, fatto che mi preme sottolineare per apprezzare ancora più quanto l’Enciclica riesca a trattare con equilibrio molti temi che riguardano – al di là del credo religioso di ciascuno – questioni di ecologia alta, etica e convivenza civile.

Al tempo stesso, non posso che scusarmi fin d’ora della consapevole inadeguatezza a trattare in maniera compiuta e soddisfacente un tema così delicato e difficile come quello cui vorrebbe alludere il titolo di questo contributo. L’obiettivo, molto modestamente, è solo quello di condividere alcuni spunti che ritengo utili per una riflessione sulla questione della rigenerazione, in un più ampio quadro di riferimento che trova diversi elementi di contatto con i contenuti della Enciclica papale.

Mi occupo da ormai alcuni anni di trasformazione della città. Nei primi anni 2000 ho cominciato la mia pratica professionale nel pieno della stagione dei Programmi di Riqualificazione; oggi cerco di orientarmi nel più complesso panorama della rigenerazione urbana.

Parto quindi dal presupposto che i due termini non siano liberamente intercambiabili: affermazione di cui mi pare possa essere utile, in questa sede, esplorare alcune motivazioni specifiche.

A guardare con attenzione, le operazioni di trasformazione urbana di quest’ultimo abbondante ventennio (parliamo di riqualificazione dagli anni’90 del secolo scorso) che sono state codificate dalla e nella disciplina urbanistica, hanno riguardato, nella maggior parte delle situazioni, dei “progetti” di intervento su parti più o meno significative di città che, il più delle volte, prevedevano un passaggio di stato deciso e chiaramente definito, una trasformazione più o meno radicale, attraverso un insieme di azioni strutturalmente connesse, dipendenti e consequenziali. Laddove fosse evidente l’attenzione al tema del riuso, in genere questo è stato riferito al “contenitore” (fosse esso edificio storico o architettura notevole), e l’effetto si esplicitava, di prassi, nel mantenimento della sua “figura”: per motivazioni legate al valore storico, testimoniale o artistico, del contenitore stesso.

Oggi, anzi a dire il vero già da alcuni anni, ma senza ancora manifestazioni concrete e diffuse in grado di fare scuola, la stagione della rigenerazione urbana può aprire scenari di riflessione alquanto diversi.

In partenza, mi pare opportuno rimettere al centro quanto nella storia millenaria delle città le strategie di adattamento, complessivamente intese, da sempre siano state praticate attraverso forme continue di riusi, modificazioni ed alterazioni, che spesso avvenivano con minime soluzioni di continuità, anche in dipendenza – cataclismi a parte – di tecnologie di volta in volta disponibili le quali, molto  semplicemente, non avrebbero consentito sostituzioni o trasformazioni radicali della città esistente.

Il legame intrinseco che fino all’inizio del secolo scorso ha connesso la forma e le prestazioni della città ai materiali, alle tecniche ed alle tecnologie possibili, nonché ai tempi di trasformazione conseguenti, ha prodotto modalità di intervento sempre fondate su una profonda e naturale ecologia interna, che bilanciavano sforzi e costi in ragione degli obiettivi sottesi, che riservavano gli eccessi alle occasioni di rappresentanza, che limitavano gli sprechi attraverso una naturale e necessaria predisposizione all’adattamento, all’utilizzo delle risorse disponibili entro distanze ragionevoli, ed al riuso di tutto quanto potenzialmente e comodamente riciclabile per gli scopi originari, oppure per altri.

Non c’è norma che – sola – possa condurre alla simbiosi con la terra di una Civita di Bagnoregio o di una Matera; piuttosto che alla magia di una Piazza dell’Anfiteatro, o a porzioni di templi romani dentro povere case medioevali, tanto per citare alcune immagini in grado di rendere il senso.

Processi che si sono sempre fondati sul confronto e sulla valorizzazione delle peculiarità: dei luoghi e dei contesti, così come delle architetture o anche solo dei materiali; dove una impedenza, come un terreno scosceso o una preesistenza costruita, era occasione – obbligata o meno non importa – di arricchimento del sistema di riuso e trasformazione.

Dunque, stiamo ragionando di forme processuali in genere lente, scarsamente programmabili nel tempo e difficilmente prefigurabili nel dettaglio: cioè l’esatto contrario di quello che chiediamo di norma ad un progetto. Condizioni e modalitàche appartengono e conformano da sempre la vita della città, e di cui pare ci si dimentichi, non senza qualche colpevolezza, con una certa superficialità.

La sfida imminente e più difficile sta forse proprio in questo: nel voler inquadrare un processo intimamente ecologico in un contesto cui di ecologico è rimasto assai poco, e che, con riguardo agli aspetti più propriamente legati alla città, si affanna a trasformare tutto in una pratica da codificare nelle maglie di una disciplina urbanistica che, fino ad oggi, non solo si è occupata d’altro, ma si è costruita su principi radicalmente diversi. Difficile riuscire: eppure è una sfida importante, che richiede un cambio di prospettiva e che va affrontata avendo ben chiaro quanto, forse per la prima volta, le pratiche di trasformazione del territorio, e soprattutto gli strumenti per attuarle e governarle, si trovano oggi ad affrontare una sorta “secondo tempo” dei tessuti urbani, di quelli – peraltro – che sentiamo quotidiani e normali e ai quali, forse proprio per questo, non attribuiamo alcun valore particolare, se non quello d’uso. L’Enciclica stessa ci lancia un pensiero anche in questa direzione:

“Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. E’ parte della identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile. Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare. È la cultura non solo intesa come monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può escludere nel momento in cui si ripensa la relazione dell’essere umano con l’ambiente” (§143)

Allora, dovremmo tentare di porre maggiore attenzione al fatto che il vero ed intrinseco valore che questa città “da rigenerare” si porta dietro consiste essenzialmente nel tempo che le si è sedimentato addosso, preso e considerato per quello che è: al limite anche solo per il fatto di essere trascorso e di averla dotata comunque di un passatocon il quale occorre confrontarsi, arricchendosi ed arricchendolo attraverso il dialogo e la reinterpretazione, ma certo non vivendolo a priori come un intralcio.

Il dibattito generale, che oggi è tutto (troppo) concentrato sul consumo di suolo, potrebbe allora cominciare a considerare con più attenzione un pericolo molto più sottile, legato a quel consumo di tempo che rischiamo di metter in atto sulla pelle della città esistente, molte volte senza accorgersene, quando cancelliamo tracce, disperdiamo passato, limiamo quello spessore e quella dimensione temporale che permea la città che abbiamo e che, con il suo portato, ne costituisce forse la principale ricchezza.

E a ben guardare, molto più del suolo, è il tempo l’unica vera dimensione non riproducibile: che è una riflessione a cui la disciplina urbanistica non è per nulla avvezza, anzi. L’esigenza di definire il “tempo zero” di un momento iniziale, una differenza tra una situazione ex anteed una expostè tipicamente una delle sue preoccupazioni principali.

Una attenzione al non-consumo di tempo è anche una opzione di tutela attiva e di rigenerazione della memoria collettiva. Se è vero che nelle città si manifesta e sedimenta l’azione incessante della collettività, che della fisicità urbana si appropria e riappropria incessantemente, il tempo, o meglio la sua sedimentazione, è forse la ricchezza più grande ed invisibile, ed è per l’appunto l’unica vera risorsa finita: se il suolo si riusa, il tempo cancellato è inevitabilmente perduto: e nessuna tecnologia può abbreviarne il processo di ricostruzione.

D’altronde, lo scorrere del tempo produce incessantemente modifiche, alterazioni, variazioni: alla pratica della rigenerazione urbana, come non mai, va chiesto quindi di essere occasione e luogo di produzione e rigenerazione di memoria: superando una mera logica di “preservazione” di oggetti e fatti urbani, per avere piuttosto la capacità di proseguire ed innescare processi.

L’obiettivo di produrre memoria ha anche il senso di uscire da uno schema a cui la disciplina urbanistica è molto legata: che è quello puramente regolativo. Un esempio molto semplice, per capire: nei nostri centri storici, non si può – in genere – apportare modifiche ad una facciata di una semplice casa. Ma se alle finestre di quella casa, oggi, si volesse aggiungere una cornice, per farla bella come le finestre della casa a fianco, perché no? Eppure, quell’atto è proprio produzione di memoria, perché è inserimento e continuazione di quel processo consueto di adattamento e modifica che il tempo ha sempre depositato sulle nostre città e che ne rappresenta la vera ricchezza: atto che oggi la disciplina non contempla più, o ammette con enormi restrizioni.

Ciò avviene, in fondo, forse perché è governata da una sostanziale diffidenza negli esiti delle azioni dell’oggi: diffidenza per molti versi anche comprensibile e condivisibile, non foss’altro perché quegli esiti non conseguono ormai più da azioni capaci di un senso di continuità organica con il passato.  In questo senso, la rigenerazione potrebbe anche significare una riconquistata fiducia nelle capacità di un confronto alto e dialettico con il materiale che la città esistente ci consegna.

Negare a priori la processualità stessa di formazione e modifica di molti fatti urbani, significa però negare non solo una produzione di memoria, ma anche allontanare sempre di più quei fatti dal sentimento di appartenenza ad una civitasche sempre meno li riconosce come propri e in essi si identifica. Dovrebbe fare riflettere con maggiore attenzione quanto le porzioni più antiche delle nostre città oggi siano anche quelle con i maggiori tassi di immigrazione: cioè con le maggiori presenze di collettività che molto poco hanno a che fare con la storia che le ha generate e che potrebbe ancora oggi definire radici e sensi di identità molto meno demagogici di quelli che normalmente pratichiamo. Al tempo stesso, però, quelle porzioni di città si continuano a dimostrare le più adattive e resilienti, dando per esempio risposta – magari non ottimale: ma comunque risposta – a problemi urgenti che altrimenti non sapremmo affrontare e che, senza quella valvola di sfogo, si presenterebbero con ben altro impatto.

Questi profili di indagine paiono ancora più urgenti se solo si pensa a quanto la questione della rigenerazione oggi pare affrontata in termini sostanzialmente tecnici: ridotta in particolare all’idea di prestazione di un edificio, in termini energetici o sismici; accompagnati al più, e in fondo giustamente, da valutazioni di fattibilità economica o bancaria. Non che questo sia sbagliato, ci mancherebbe: ma mi pare si possa condividere l’osservazione che tale approccio non possa ritenersi esaustivo. Soprattutto, non dovrebbero discendere da qui i criteri prioritari di intervento e di lavoro, rispetto ai quali impostare le riflessioni, le analisi, e soprattutto gli strumenti.

Quasi mai piuttosto si sente parlare di abitanti di quelle case, o più in generale, di quegli spazi e di quei luoghi della città, consolidati dal tempo, con storie ed identità sedimentate. La dimensione sociale e più prettamente umana della rigenerazione non sembra proprio essere parte strutturante nel dibattito in corso. Eppure, mi pare sarebbe decisamente utile e necessario capire “per chi” rigenerare sia importante, quanto e forse più che capire “perché” farlo.  E comprendere se chi è coinvolto in quel processo ne sia vittima o peggio ancora intralcio, piuttosto che parte attiva e costruttiva, e perché no anche beneficiario principale.

Perché, e qui viene un altro punto rilevante, la città da rigenerare che ci troviamo davanti è una città diversa da quella con cui si è sempre lavorato: non è la città degli operatori immobiliari o delle imprese di costruzioni, come era la città in espansione; non è la città delle grandi e piccole aziende, come era la città da riqualificare; è piuttosto la più compiuta espressione della città “della gente”, che in essa detiene non solo valori immobiliari, ma storie di vita, radicamenti, memorie; che ora appare sulla scena in maniera prepotente e compatta, non manifestando necessariamente emergenze. È quel processo, tra l’altro, che lavora sulla città fatta di quelle “case vecchie”, di quei tessuti antichi e magari un po’ malandati, che oggi senza se e senza ma concorderemmo tutti nel “rigenerare”, e che invece Jane Jacobs ci ricordava per la loro rilevanza sociale, quale casa e città comunque accessibile per chi non può permettersi qualcosa di meglio.

Anche l’Enciclica ci ricorda il senso del capitale umano e sociale nel corpo della città esistente:

“Data l’interrelazione tra gli spazi urbani e il comportamento umano, coloro che progettano edifici, quartieri, spazi pubblici e città, hanno bisogno del contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo ed i comportamenti delle persone. Non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco. Anche per questo è tanto importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica.” (§150)

Per arrivare ad una maggiore profondità di queste riflessioni, e per provare a ridefinire un metodo di lavoro cui la disciplina urbanistica concorre solo come una delle parti, dovremmo indagare meglio se questa “tensione” al rigenerare sia così viva e pulsante in esito ad un convincimento sincero derivante dal valore intrinsecamente ecologico – nel senso più pieno del termine – riconosciuto al paradigma della rigenerazione e del riuso. Dovremmo cioè capire se questa attenzione derivi da una condivisa, convinta e diffusa presa d’atto circa una seria criticità nel continuare a percorrere quel modello di sviluppo su cui si è fondata la crescita del mondo occidentale. Modello teso ad una (sovra) produzione di oggetti e soprattutto di bisogni, ed in quanto tale intrinsecamente avverso al concetto stesso di riuso, che non può che rimanere pratica marginale: radical-chic(per chi si vuole distinguere) piuttosto che obbligata (per chi non può fare diversamente).

Perché altrimenti questo fervore del dibattito rischia di essere una discussione da foyer, in attesa che ricominci il “secondo tempo” di quello stesso racconto, che invece da diversi anni si è interrotto e che sembra avere messo tutto e tutti in attesa: rendendo l’argomento della rigenerazione urbana quasi una discussione obbligata, sopportata molto più che praticata, anche solo per mancanza di reali alternative.

In altri termini, senza ammiccare né a ipotesi di decrescite felici, né a vane speranze che tutto ritorni come prima, dobbiamo però affrontare un punto: stiamo parlando di rigenerazione (urbana) per scelta o per necessità?

La questione non è banale, e riuscire a fare un po’ di chiarezza potrebbe costituire una prima presa d’atto importante nel definire, in maniera più sincera e chiara, alcuni possibili scenari di lavoro che ci potrebbero attendere e che, al di là di alcuni esiti felice ma episodici, potrebbero divenire più diffusamente praticabili. La complessità è ricordata in più punti nell’Enciclica:

“Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali.” (§119)

Personalmente nutro diversi dubbi che la scelta sia così deliberata e convinta. Cioè, tra i due opposti, collocherei l’asticella un po’ brutalmente verso l’estremo del “ne parliamo per necessità”, perché – in fondo – non c’è molto altro da fare. Ne è un segnale il fatto –  per esempio – che nella costruzione dei vari algoritmi di controllo del consumo di suolo si facciano doverosi distinguo di ciò che nel calcolo rientri o meno, escludendo ad esempio gli insediamenti produttivi piuttosto che nuovi sistemi infrastrutturali, più o meno strategici. Il che, se per certi versi è comprensibile, per altri denota quanto vi sia una incertezza ed una qualche diffidenza residua di fondo.

Dovremmo quindi cominciare a riflettere sul fatto che se non si riduce questo deficit culturale al riguardo, si corre un rischio più grave: che è quello di arrivare poi, per necessità, a doverla praticarela rigenerazione, e non più solo a dilettarsi di parlarne. Il che vorrebbe significare, con ogni probabilità, di essere giunti a fare i conti con condizioni sociali ed economiche davvero molto difficili. In altre parole, sarebbe meglio provare a fermarsi prima di un punto di non ritorno, e capire quanto praticare forme di rigenerazione per deliberata e convinta scelta, senza esserne obbligati, possa portare a benefici collettivi di più ampia portata, che certo non si esauriscono nei ristretti limiti tecnici ed ambientali che il dibattito attuale sta affrontando e che una certa superficiale demagogia ambientalista ci sta consegnando.

Ma affinché la condizione diventi tale devono maturare condizioni culturali, sociali ed economiche adeguate. Le scelte di una comunità, in termini territoriali ma non solo, derivano da una condivisione prevalente di obiettivi e di interessi che motivano benefici collettivi, e che sempre più spesso appaiono essere di breve periodo: perché è economicamente vantaggioso agire in un certo modo, o ancora perché in determinate condizioni non ci sono soluzioni alternative convincenti e comunicabili.

Imboccare convintamente la strada della rigenerazione potrebbe voler dire scegliere opzioni non sempre di immediato riscontro, che spesso chiedono un confronto necessario, non eludibile, con l’ “altro” (il confronto necessario è cosa assai diversa dal confronto istituzionalizzato), e la rinuncia, anche solo parziale, a certe forme di comodità che oggi plasmano la nostra società da homo comfort, ben descritte da Stefano Boni.

Vale la pena ricordare anche una riflessione ancora attuale che Michele Sernini con grande lucidità già introduceva all’inizio degli anni ’90:

“Prima ancora che della progettazione per la nuova epoca di ordine disordinato e per la città di una civiltà futura e quindi non immaginabile secondo gli schemi conosciuti, occorrerebbe occuparsi della lettura degli insediamenti attuali secondo una logica di accettazione dell’ordine caotico. Vista dall’alto la città della speculazione edilizia certamente apparirà disordinata e brutta. Quello che interessa tuttavia è prima di tutto rimediare ad eventuali, e per la verità frequenti, scomodità pratiche viste «da terra» della città costruita secondo la pura logica speculativa. Ma questo non vuol dire per partito preso combattere ogni forma che appare disordinata all’occhio del progettista che abbia una propria idea personale limitata dell’ordine come simmetria, ma solo quella che presenta anche inconvenienti reali nella vita quotidiana. In altri casi, il disordine corrisponderà invece ad una pratica di vivibilità, perché i criteri della fruizione della città sono diversi dai criteri estetici di valutazione dell’armonia della pianta urbana, specie per le zone di frangia.

Se l’ordine è assai meno rigoroso di quanto si credeva, e le forme disordinate esistono e sopravvivono e funzionano, forse non sono così disordinate e impossibili. Lo stesso va detto per l’ordine sociale, e per il necessario collegamento tra aspetti sociali ed aspetti spaziali. Pur essendo il tranquillo ordine e la protettiva routine un’ispirazione naturale per molti individui, non manca chi sostiene non solo che in generale la personalità adulta si forma attraverso esperienze di disordine, ma che la città, la quale sia di proposito densa, disordinata, difficile, abituando al cambiamento forma la personalità ed è fonte di modificazioni positive e vitali, anche nei paesi ricchi, e che, contrariamente al timore diffusissimo per le manifestazioni di criminalità, una città con dosi di disordine e quindi di confronti quotidiani tra gli abitanti consente lo scatenamento di dosi puramente rituali di aggressività piuttosto che le manifestazioni realmente dannose di una aggressività completamente repressa. Sarà la vecchia regola della valvola di sfogo unita all’altra vecchia regola delle avversità della vita che formano il carattere; resta il fatto che simili regole, notissime a pedagoghi e ministri di polizia in ogni tempo e regime, sembrano essere bellamente ignorate da progettisti di città e di arredi e di meccanismi di sorveglianza continua.”

Allora, per provare a praticare in profondità una rigenerazione vera, che non dovrà riguardare solo i fatti costruiti, siamo pronti ad un tessuto di solidarietà e di convivenza diverso? Siamo disponibili a qualche forma di auto-limitazione, a favore di pratiche di mutualità e condivisione anche quando non strettamente necessarie?Richard Sennett, già negli anni ’70, ammoniva su quanto:

“Il bisogno distintivo del benessere diventa chiaro quando il bisogno di tale condivisione scompare. […] Pertanto, la necessità dell’interazione sociale, il bisogno di condividere, non è più una forza guida nelle comunità dell’abbondanza. […] Questo significa che il sentimento comunitario, dell’essere in qualche modo in relazione con gli altri, è tagliato fuori da una zona che nel passato che fornito esperienze comuni. Quando si deve condividere molto meno, rimane un fondo di esperienze più ristretto su cui gli individui possono provare a saggiare il loro carattere reciproco. […] Il benessere, in altre parole, aumenta il potere di creare l’isolamento nei contatti comunitari e, allo stesso tempo, apre una strada con la quale gli individui possono facilmente concepire la loro relazione nel sociale in termini di somiglianza piuttosto che di bisogno reciproco.”

A queste considerazioni dobbiamo oggi aggiungere la potenza e la pervasività delle tecnologie informatiche. Non è certo un caso se in periodi di crisi, come quelli che stiamo ancora attraversando, tornano all’attenzione pratiche di condivisione, rafforzate delle piattaforme collaborative fondate sul web: dallasharing economyal co-housing, passando per le social streete altre varie forme di mutuo aiuto e interazione e scambio sociale, che mettono in gioco molto di più della dimensione fisica e spaziale dello stare assieme. Mutualità che in fondo i nostri nonni conoscevano molto bene, quale necessaria forma di sopravvivenza, all’uscita da una crisi ben più pesante di quella di oggi, e da cui però, pian piano, ci siamo per fortuna affrancati.

L’urbanistica come la conosciamo, fatica a praticare strade di mutualità e condivisione in tal senso: piuttosto separa, semplifica, ordina. O quantomeno tenta sempre e costantemente di farlo, mal sopportando forme di auto-organizzazione o di entropia crescente. Eppure, la città esistente a cui vogliamo mettere mano, ha la potenzialità straordinaria di farci lavorare sulle diversità e sulle anomalie, che costituiscono quel substrato, fisico, per un’azione di riposizionamento anche sociale e culturale. Ricorda ancora Sennett, a proposito della mixitèurbana, come:

“Le città organizzate secondo questi schemi non sarebbero semplicemente dei posti dove gli abitanti potrebbero incontrare gente diversa da loro; il bisogno di critica consiste, per gli uomini, nel confronto con le differenze. Il mondo esterno deve essere sentito come importante per toccare i sogni più intimi dell’individuo. Perciò, il primo problema nella progettazione di comunità umane di questo tipo, consiste nello spingere la gente nelle esigenze degli altri, senza farli sentire tutti identici”.

L’Enciclica ritorna, in più punti, sulla necessità di una attenzione alla ricchezza culturale data da una molteplicità di visioni e di apporti:

“Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. È necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità.” (§63)

Azioni e pratiche di rigenerazione, se sapranno avere a riferimento e confrontarsi con la dimensione entropica della città esistente, che è però anche quella di miglior equilibrio tra le parti, dovrebbero allora rivolgersi a effetti di continuo adattamento e miglioramento piuttosto che di adeguamento o di acritica sostituzione, alle quali il sistema regolativo tende a riferirsi, avendo peraltro ad obiettivo un sistema di prestazioni attese che non si è mai confrontato con il problema del riuso.

Ed è drammatico quanto l’intero impianto normativo sia, sotto questo profilo, del tutto impreparato: ma questo è un altro delicato capitolo.

In conclusione, ritengo che alla discussione attuale si sia arrivati sostanzialmente per necessità: una crisi strutturale ha insinuato il dubbio diffuso che un modello apparentemente indiscutibile di sviluppo sia entrato in crisi: per sempre o no, nessuno lo sa. Ma è certo che il dubbio vi sia, e che la necessità abbia – come di consueto – aguzzato l’ingegno: abbiamo cominciato a praticare il saldo zero perché interrotto il credito non si vendeva più un metro quadrato di nuovo, abbiamo cominciato a rigenerare perché con gli incentivi fiscali conveniva farlo, abbiamo rinfrescato con termini più coolpratiche di scambio e di condivisione sociale poco note solo a quella gran parte di società, ampia nel mondo occidentale, che per sua grande fortuna non ha finora avuto la necessità di praticarle.

Ma abbiamo cominciato a farlo, e soprattutto a discuterne: e questo è importante.

Siamo a un possibile punto di svolta: con un futuro ancora molto incerto e ben poco acquietante, dobbiamo cominciare a chiederci quanta scelta c’è, o vogliamo che ci sia, da ora in poi. Perché se certe pratiche assumeranno la dimensione della consapevolezza, le potenzialità divengono molto più articolate e profonde, e non esauriranno i loro effetti in un edificio antisismico ed energeticamente più performante.

Se cominceremo poi a metterle in opera per scelta, sarà forse anche il segno che staranno maturando condizioni culturali diverse, il che è passaggio necessario per variare il sistema di riferimento e per riscrivere il paradigma della rigenerazione: sociale, economica, ambientale. Da intendere come un modo diverso di vedere il mondo e di interpretarne i fenomeni, per orientarne evoluzione e sviluppo. Rimettendo dunque in discussione punti di vista consolidati, a cui siamo assuefatti ed in fondo anche molto affezionati, rispetto ai quali sono stati costruiti sistemi di regole e di strumenti che si stanno rilevando sempre più inadatti, inadeguati, e persino controproducenti; e che dunque potrebbero e dovrebbero essere profondamente riformulati.

Passaggio complesso e delicato, che deve passare attraverso una riflessione profonda sulla dimensione eticadella rigenerazione stessa.

Allora – chissà – in un bar della città rigenerata non saremo economicamente più poveri, mentre potremmo sperare di ritrovarci culturalmente ed umanamente più ricchi, e magari per questo l’acqua ci fideremo anche a berla dal rubinetto.

Bibliografia Essenziale

Stefano Boni, Homo Comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze, Eleuthera, 2014

Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane,Einaudi, 1969

Albert O. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, il Mulino, 2013

Michele Sernini, La città disfatta, Franco Angeli, 1994

Richard Sennett, Usi del disordine. Identità personale e vita nella metropoli, Costa & Nolan, 1999

Estremi pubblicazione

Autore:           Marcello Capucci

Pubblicato in:Integrated evaluation for the management of contemporary cities, G. Mondini, M. Bottero, A. Oppio, S. Stanghellini (a cura di), Springer, 2017

Anno stesura: 2016

 

 

 

Per informazioni o contatto: marcello.capucci@gmail.com